Come ti mangio il petrolio (e poi tolgo il disturbo)

.

Il 20 aprile scorso affondava al largo nel Golfo del Messico la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Da allora moltissimi sono stati i tentativi, infruttuosi, per bloccare la fuoriuscita di petrolio che ne è derivata, la più estesa di sempre. Qui in basso trovi le immagini in diretta dal fondale marino interessato dalla catastrofe.

In questi giorni la perdita, che si quantifica possa essere di 700 milioni di litri di petrolio,  dovrebbe arrivare ad essere finalmente controllata ed inizierà il lungo e straziante lavoro di quantificazione dei danni, in mare ed a terra, di salvataggio delle specie animali e marine a grave rischio di sopravvivenza e di pulizia della costa della Luisiana. Un processo che durerà anni. Ma cosa intendiamo per pulizia dal petrolio? Dove finirà questa immensa quantità di idrocarburi una volta ripulite le spiagge e la costa? La sostanza inquinante verrà solo spostata lontano dagli occhi dell’opinione publica, e magari stipata e conservata in immensi magazzini? Il danno ambientale di cui l’uomo si è reso colpevole sarà veramente definitivo o i nostri secoli di civilizzazione, ricerca scientifica e  studi sulla chimica ci permetteranno di rimetterci al pari con Madre Terra? Molte domande, poche risposte certe.

Un’equipe di biologi italiani, tra cui Roberto Blundo e Paolo Broglio, sembrerebbe aver trovato da anni una soluzione ecologicamente ed eticamente accettabile. I progressi della microbiologia molecolare hanno infatti portato  allo sviluppo ed al potenziamento di una serie di “Batteri Mangiapetrolio” capaci di “nutrirsi” degli idrocarburi, scomponendo in tempi accettabili la sostanza oleosa in microparticelle assimilabili dal sistema marino. Non operando fotosintesi tali batteri sopravviverebbero solo fino ad esaurimento del loro nutriente, il petrolio: i danni collaterali per gli ecosistemi sarebbero quindi pochissimi. Parliamo di uno studio risalente addirittura al 1992 ma che, per ostacoli varie e tipicamente italiani, non ha mai trovato una vera applicazione pratica.

Altra invenzione tutta italiana è quella proposta da un’azienda barese, la Fluidotecnica Sanseverino. Parliamo di un’attrezzatura, già brevettata e testata, capace di separare facilmente l’acqua marina dal petrolio. L’azienda produttrice si è già messa in contatto con il governo statunitense per offrire il know-how necessario all’implementazione in larga scala, necessaria per l’intervento nel Golfo del Messico.

Ovviamente, nella situazione d’emergenza in cui ci troviamo ora, è essenziale parlare di rimedi alla catastrofe. Sarà compito di tutti, passato il momento critico, ripensare ad una sostenibilità dell’uso delle risorse terrestri che non comporti rischi di macro o micro catasfrofi ecologiche e che ci permetta di regalare ai nostri figli un ecosistema più sano e verde.

Segui gli aggiornamenti sulle operazioni al largo della Luisiana
sul nostro account Twitter e Facebook .



Pubblicato in: Ecologia

Tags: , ,

Post relazionati

  • Un anno in una sola busta (di spazzatura)
  • Come riscaldare (e raffreddare) la tua casa con la geotermia
  • La casa ecocompatibile è aperta a tutti: 8 regole basiche da seguire
  • Pubblica un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

    Potrai usare il seguente codice HTML:
    <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

    *

    1. A fine mese sarà fatto un tentativo di sigillare il pozzo con cemento. Sperando che nel frattempo la situazionè non peggiori (ci sono altre perdite dal fondale).
      E’ un disastro di proporzioni inaudite…